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 Cos'è la Mitteleuropa


La Parola

Questa parola, tedesca d’origine (Mitteleuropa ‘Europa centrale’, composto di mittel ‘medio’ ed Europa), ma entrata nel comune linguaggio universale, ha un significato magico ed indefinito.Nessuno è infatti in grado di affermare con certezza e precisione che cosa sia la Mitteleuropa nemmeno dal punto di vista geografico, figurarsi da quello politico, storico, culturale o, più semplicemente, umano.

Milan Kundera (boemo) dice: “La Mitteleuropa non è uno Stato.E’ una cultura o un destino.I suoi confini sono immaginari e devono essere ridisegnati al formarsi di ogni nuovo situazione storica”.

Robert Musil (austriaco) afferma: “L’uomo mitteleuropeo è definibile solo per sottrazione”.

Alessandro Geysztor (ungherese) romanticamente si esprime così: “La Mitteleuropa è là dove si scrivono sulle travi i nomi di Gasparre-Melchiorre-Baldassarre, si dorme sotto i piumoni e si regalano fiori ad una donna in numero dispari”.

Per Ferenc Fejtö (ancora un ungherese) la Mitteleuropa è quella regione d’Europa dove le teorie della rivoluzione francese sul principio delle nazioni, come pure sulla nascita-fondamento delle nazioni-stato, furono assolutamente inapplicabili e dove la loro applicazione fu imposta, produssero veri disastri, con conseguenze tali da sconvolgere l’ordine europeo.

Jacques Le Rider (francese) scrive: “La Mitteleuropa è una comunità che si trova a condividere un destino in certi periodi di crisi.” (“Mitteleuropa” Ed. Il Mulino 1995).

Anni fa un musicista triestino confermò al nostro Presidente: “La Mitteleuropa è là dove si capiscono contemporaneamente sia Verdi che Wagner”.

Si potrebbe continuare ancora a lungo:

  • è vivere in casa o al caffè molto più che in piazza;
  • è usare in cucina prevalentemente il burro anziché l’olio;
  • è festeggiare il Natale la notte del 24 dicembre anziché il 25;
  • è semplicemente, come amiamo dire noi, uno stile di vita.

Per ognuna di queste definizioni un fatto è certo: ci troviamo di fronte non a confini reali, ma piuttosto ad orizzonti, recepiti in modo diverso a seconda della formazione culturale e della sensibilità ricettiva dell’osservatore.

Per alcune scuole tedesche, ad esempio, la Mitteleuropa è quell’area ove viene usato il tedesco quale lingua franca.Oppure Mitteleuropa è tutto ciò che è tedesco o culturalmente dipendente o succedaneo alla cultura tedesca (Naumann).

Ma può aver fondamento un simile concetto per un nonno di Munkacevo (Carpazi ucraini) che si è visto cambiare nazionalità 5 volte in soli 80 anni senza muoversi da casa sua?(Austro-ungarico, cecoslovacco, ungherese, sovietico, ucraino).Molto più probabile è che il nostro nonnino resti piuttosto indifferente rispetto alla certezza di una appartenenza ad una ed una sola realtà statuale o figlio di una dogmatica realtà culturale.Verosimilmente è più facile che soffra di una crisi d’identità più che di paternità.

Ed è proprio su questa crisi d’identità che l’analisi degli studiosi più autorevoli dovrebbe soffermarsi.Dare una risposta sensata, credibile e sopratutto onesta a questo dilemma avrebbe un effetto straordinario e benefico per l’Europa intera.

La Storia

La realtà socio-politica aggregante dei popoli mitteleuropei fu, in larga misura, l’Impero austro-ungarico.Fortunatamente, almeno su questo, sono tutti concordi.

La funzione di quell’Impero è stata determinante per la nostra civiltà occidentale: dalle funzioni di difesa e “filtro” delle pressioni dei popoli asiatici sull’Europa (cristianizzazione ed europeizzazione progressiva degli stessi), alla difesa dai Turchi, sino a quella di garante degli equilibri fra il panslavismo russo ed il pangermanesimo tedesco.Questa realtà statuale, unificata pure da una comune fede religiosa (arricchita dalla considerevole componente ebraica), produsse e sedimentò nei secoli una uniforme matrice culturale, patrimonio indiscusso dei popoli dell’ex Impero.

Non siamo pertanto concordi con chi guarda a quell’Impero come se si trattasse di qualcosa di trascendentale, quasi sospeso al di sopra della storia, ordinato ed immutabile, paterno ed eterno.Quell’Impero ha gettato le basi di una comune identità mitteleuropea, alias europea.Nulla di nostalgico quindi, nulla si rimpiange e si celebra, ma si analizza una realtà, come reali siamo noi, figli di generazioni e generazioni di antenati che hanno costruito le basi delle nostre coscienze, senza le quali è impossibile vivere e attraverso le quali percepiamo l’attuale disagio, che, per l’educazione ricevuta, non si trasforma mai in disprezzo, ma semmai in sofferenza.E la più recente letteratura mitteleuropea è in effetti pervasa da un attanagliante senso di sofferenza, solitudine, ricerca d’identità:

Zweig (Il Mondo di Ieri): “...questa era l’Europa, noi eravamo l’Europa” ed ancora come fosse “dolce vivere in quell’atmosfera di tolleranza, dove ogni cittadino, senza averne coscienza, veniva educato ad essere sovranazionale e cosmopolita”.

Roth, lui che erastato contro il vecchio Imperatore, scende alla “Cripta dei Cappuccini” per chiedergli perdono.Fugge dall’Austria nazista e muore alcolizzato a Parigi.

Musil, che si cancella nell’”Uomo Senza Qualità”.

Werfel: “Gli ordinamenti politici del mondo si danno il cambio.Ma ciò che è ordinato, governato, amministrato, sia paese, sia popolo, sia individuo, sopravvive, con la sua natura congenita a tutti questi sconvolgimenti”.

E via, via sino a Michelstaedter, che muore suicida, e Magris, che in “Un Altro Mare” descrive la quotidianità del dolore, nella tormentata ricerca di un “altro mare” e della continua fuga da “questo mare”.

La Geografia

Anche in questo caso ci sono almeno due correnti di pensiero: una tedesca ed una anglo-americana.

  • La prima sostiene che l’area geografica si ottiene dalla congiunzione lineare fra le città di Monaco, Dresda, Cracovia, Budapest, Zagabria, Trieste, Vienna, Monaco.
  • La seconda individua nella linea Trieste – Tallinn (l’antica Via dell’Ambra) l’asse aggregante della geografia mitteleuropea.

In ogni caso però ci troviamo di fronte a confini fluidi e variabili, a una non coincidenza delle frontiere nazionali con quelle reali.Da ciò quel permanente status soggettivo di crisi d’identità.

Entrambe queste tesi hanno un proprio fondamento, ma per ognuna è vero quanto sostiene Feijtö, cioè che, caduto l’Impero, lì si è scatenato il peggio: nazismo, comunismo, fascismo, antisemitismo e totalitarismo tribale.

La crisi

La causa preponderante di queste tragedie ha un nome: nazionalismo.Un’idea che colpì l’irrazionale collettivo fino a trasformarsi in un fenomeno para-religioso, una forma di “apartheid” generalizzata (Menschen und Untermenschen); una degenerazione culturale e spirituale che finì col divenire incontrollabile e travolgere anche coloro che, con spietato calcolo e cinismo, l’avevano teorizzata.

Alla fine del secolo scorso, infatti, molti furono indotti a pensare che derivando tutto il male dalla struttura sovranazionale dell’Impero austro-ungarico, era necessario distruggere quell’Impero per distruggere il male.Nessuno dubitò che il male fosse ormai irrimediabilmente in noi: il nazionalismo.

Ma oggi quante e quali influenze e potenzialità ha ancora questo ottocentesco virus?A giudicare da quanto sta accadendo dentro e fuori casa nostra, il suo ciclo vitale non può certo considerarsi concluso.L’analisi meriterebbe un serio e attento approfondimento: ci sforzeremo quantomeno di delineare alcuni fondamentali concetti.

Nazionalismo e nazionalità

Esistono tante teorie sul nazionalismo quanti sono i nazionalismi.

La definizione più semplice (e forse più bella) la diede, molti anni fa, un sacerdote carnico; tradotta dal friulano suona così: nazionalista è colui che prende a pedate nel sedere gli altri e non certo coloro che le ricevono.Ovvero il nazionalista ha sempre bisogno di un nemico, l’essenza del nazionalismo è quindi conflittuale.

La nazionalità (da natio = nascita) ha un senso strettamente etnico, ma assolutamente non politico.Ne consegue che la nazione è dunque innanzitutto l’espressione di un etnos sovrano.Questo concetto è ripreso dall’art. 3 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo: “Il principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione”.La nazione è quindi per ogni individuo un dato immediato; è un fenomeno collettivo al quale si appartiene direttamente, senza la mediazione di altri corpi (leggi Stati, che sono ben altra cosa).In tale status l’identità degli altri non costituisce più una minaccia per la propria; e se si difende la propria nazione, lo si fa perché si è pronti a battersi per difendere anche quella degli altri.

In sintesi potremmo formulare la seguente equazione: nazionalismo:offesa = nazione:difesa.

La nazione si afferma quindi quale diritto naturale di una “tribù”.Il nazionalismo, per affermarsi, ha bisogno di una collettività su cui elaborare una teoria d’identità (reale o presunta) e su cui far gravare una minaccia (reale o presunta).I dispensatori di tali teorie agiscono sulle menti come degli allucinogeni (fervore nazionalistico).Quando l’effetto allucinante è passato, comincia il cinismo del periodo in cui si smaltiscono i postumi di una sbornia: “La degenerazione dell’epoca attuale è qualcosa di simile alla mattina successiva alla sbornia” (Michael Walker).

I conflitti nazionalistici sono andati vicino a distruggerci, ma l’aridità di un mondo senza lealtà tribali, rischierebbe di confinarci nella più grigia e desolante omologazione.

Il nazionalismo fu una delle cause che portarono al dissolversi delle confederazione danubiana.Dalla mappe, come scrisse il polacco Jerzy Lec, sparirono le macchie bianche e apparvero quelle sanguinose.

Negli ultimi ottant’anni ci siamo abituati a tutto.Non solo il nonno di Munkacevo, ma anche Julko di Dobrovo e Furio di Trieste hanno cambiato nazionalità tre o quattro volte.Ripetutamente ci siamo visto cambiare lingua “ufficiale”, nomi, passaporti, toponomastica e monumenti, emblemi dello Stato e loro funzionari, burocrazia ed esattori delle imposte.Siamo stati provati da una ostilità cieca ed ottusa, che sostituì alla forza del diritto il diritto della forza.Mercanti e criminali siglarono trattati violentando popoli e storia con semplici tratti di matita a tavolino, modificando la geografia politica frutto di lenti processi socio-culturali ed etnici, sedimentati nei secoli, con la creazione di Stati artificiali e violentando realtà consacrate dalla storia.

Le conferme hanno nomi precisi (ad es.: Boemia, Slovacchia, Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Lituania, Estonia, Lettonia, Moldova, Ucraina, ecc.) e le aspirazioni di questi popoli normalmente non hanno nulla di nazionalistico, ma sono semplicemente delle realtà storiche, forti di una propria innegabile identità, che si riaffacciano e si riappropriano di un loro ruolo in Europa.

Recita l’art. 5 dello Statuto dell’Associazione Mitteleuropa: “La difesa delle nostre identità etniche, storiche, culturali; premessa indispensabile per la costruzione di un’Europa libera e unita, nel rispetto della storia di tutti i suoi popoli, e per il superamento di ogni attuale divisione”.

La difesa ed il rispetto, come abbiamo visto, sono antitetici al concetto di nazionalismo.Ciò che accade oggi in Europa è semplicemente una nemesi storica, che qualcuno ipotizzava potesse arrestarsi alla cortina di ferro.Questo processo sarà tanto più civile e pacifico, quanto più ne sarà assecondata la naturale evoluzione.

Quanto avvenuto nella ex Jugoslavia dovrebbe rappresentare un monito per tutti.

Nascerà così un nuovo ordine europeo, che assicurerà unione, stabilità e pace, nonché un’economia tale da renderci forti e competitivi con le altri grandi potenze mondiali.

Mitteleuropa e Europa

Abbiamo così osservato come i presupposti sui quali si costituirono gli Statiottocenteschi sia entrato in una specie di revisione socio-politica totale.Il decadere di questi presupposti ha indubbiamente provocato dei vuoti, delle carenze, non ancora colmate dai nuovi valori che lentamente stanno prendendo coscienza in noi.

Siamo quindi tutti un po’ cinici e disorientati (effetto post-sbornia) in quanto ci rendiamo conto come tutto attorno a noi stia mutando:

  • la struttura della famiglia
  • la composizione della popolazione
  • il mondo ecologico
  • il mondo sociologico
  • il diritto e le leggi
  • i confini
  • le “regole” dell’economia

Viviamo quindi in un cambiamento epocale, ed invero pochi si trovano preparati a tanto.

  • E’ crollato il principio giacobino del centralismo.Tutti gli Stati moderni hanno struttura decentrata, federale o confederale.
  • E’ subentrato all’ordine statuale un ordine mondiale.Il mercato planetario o globale ha imposto agli Stati la necessità di dotarsi di regole e leggi internazionali che tutti hanno l’obbligo di osservare.Quindi Organizzazioni, Carte, Convenzioni, Direttive, Accordi, Trattati internazionali che, seppur con gradualità, tendono a vincolare in sempre maggior misura le singole autonomie statuali con un ordine mondiale.In altre parole, uno Stato per essere o rimanere tale, deve avere l’assenso ed il consenso della Comunità mondiale e quindi sottoporsi a tutti i doveri, regole, convenzioni, vincoli, ecc., che gli vengono richiesti ed anche imposti.
  • E’ quindi pure crollato il concetto ottocentesco di indipendenza (intendiamoci, non indipendenza come valore).La fine dello Stato autarchico ha irrimediabilmente compromesso tale concetto; oggi tutti siamo interdipendenti, nel senso che dipendiamo … dal dollaro, dal petrolio, dalle fonti energetiche, dalle materie prime indispensabili all’industria, dalla libertà di transiti e circolazione, dalle forniture alimentari, dalla finanza internazionale, dal terrorismo, dal fondamentalismo religioso, sino al singolare gesto di uno squilibrato che può far crollare le borse mondiali.

Da un tale critico sconvolgimento deve scaturire un imperativo di civiltà: costituire un’Europa, ma con la coscienza che i presupposti di una integrazione economica non possono certo trasformarsi, quasi in una sorta di transustanziazione alchemica, in unione di popoli.E’ necessaria quindi una vera e propria rifondazione di valori, di principi, che ridiano dignità alla centralità dell’uomo, del nuovo uomo europeo.

Che ruolo possono avere in tutto ciò i Paesi della Mitteleuropa?Forse un ruolo fondamentale, proprio per la grande dignità e umanità che scaturisce dalle prove e dalle sofferenze di un recente passato, come pure dal fatto di essere eredi di una cultura sovranazionale, e quindi consapevoli del principio del “sacrificium nationis”, ovvero essere pronte ad accettare regole, principi e sacrifici generali in nome di un comune ideale superiore: l’Europa, la “nostra” Europa.

Per i paesi della Mitteleuropa tutto ciò è stato acquisito in secoli di convivenza in nome di un ideale che si chiamava Sacro Romano Impero, e che dalla Roma dei Cesari traeva fondamento di tradizione e legittimità.Paradossalmente quindi è proprio l’aggregazione dei paesi centro-europei che può dare un sicuro progetto ed un forte impulso alla nuovo costruzione europea.

Non sarebbe certo la prima volta che ciò accade: le legioni di Cesare erano per stirpi e cultura già europee, e Cesare, con quelle legioni celtiche, varcò il Rubicone non per distruggere la capitale dell’Impero, ma per salvarla, salvare l’Impero, salvare l’Europa.





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